sabato, 17 gennaio 2009
“Interruzione, incoerenza, sorpresa sono le normali condizioni della nostra vita. Sono diventate finanche dei bisogni reali per tante persone le cui menti non sono più nutrite […] da nient’altro che mutamenti repentini e sempre nuovi stimoli  […] non riusciamo più a sopportare nulla che duri”.

Paul Valéry

 

Non riusciamo più a sopportare nulla che duri. Quando ci penso mi sembra qualcosa di semplice, lineare, insomma, non fa una piega. Eppure non riesco a smettere di pensare a questa frase e a chiedermi il perché. Ogni tanto, quando mi bruciano gli occhi e nell’autobus non riesco a leggere mi guardo intorno e vedo la comunità gruccia di cui parla Bauman “una temporanea aggregazione intorno a un puntello su cui molti individui solitari appendono le loro solitarie paure individuali”. La vedo e mi chiedo come sia possibile non rimanerne travolti. Perché tanta paura di costruire qualcosa di solido, qualcosa che abbia delle prospettive, di credere, in definitiva, che esista ancora qualcosa che possa durare?
È come se la paura che le cose possano andar storte, che siano destinate a interrompersi e finire, impedisca di andare oltre, di varcare il limite e, dunque, porta inevitabilmente a delle privazioni. Le decisioni non c’entrano, non fare qualcosa perché non si vuole farla non equivale a non farla perché si ha paura. La differenza mi pare evidente. Poi ci sono le paure che si mascherano come decisioni, forse anche inconsciamente, e quelle, direi, sono le peggiori.
La paura è la madre delle privazioni.
E allora? Allora c’è da apprezzare chi vuole ancora mettersi in gioco in qualcosa che non sia solo estemporaneo, chi ha la pazienza di conoscere, costruire, lottare per ciò in cui crede o che, molto più semplicemente, vuole.

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venerdì, 02 gennaio 2009
innocenza_purezza_amore
mano d
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