Al Azar
Ore 17.00 (più o meno). Domenica.
Come d’abitudine (ma solo nelle intenzioni) la giornata è stata programmata e, ovviamente, tutti i programmi sono saltati, in successione, uno dietro l’altro. C’è una sorta di piacere diffuso e perverso nell’eludere i programmi. Propositi che hanno cessato d’essere proprio quando sarebbero dovuti iniziare quindi la decisione veloce. Oggi lascia fare al caso, non ha una meta, non si sente pellegrina e porta fuori il suo animo da vagabonda.
Dieci metri di strada e nota un ragazzo seduto sulla panchina, gli occhiali da sole la rendono discreta, quando vuole stare da sola li indossa, quelle lenti scure le coprono l’anima, non si vedono gli occhi bagnati, non si sa dove posi lo sguardo, nessuno può scrutarla dentro. È come se fosse una sorta di protezione, si sopporta una sbirciata alla scollatura o al fondoschiena, ma lo sguardo fisso di altri occhi che ti interrogano è più difficile da sopportare, è questa la vera nudità, gli occhi scoperti. Il ragazzo studia una cartina della città, non sembra né un turista né uno studente, neanche il tempo di pensare altro e la ferma, le chiede la cortesia di indicargli alcune strade, lei lo aiuta, lui sembra gentile, argentino dall’accento. Dopo un minuto di indicazioni le presentazioni, lui ha intuito che lei non è spagnola e al sapere l'origine di lei dichiara di aver avuto una fidanzata italiana ma che ora è finita (succede). Lei pensa a una statistica priva di ogni fondamento scientifico: un buon settanta per cento degli stranieri che conosce ha avuto una fidanzata italiana, è uscito con un’italiana, ha un amico sposato con un’italiana. Tre volte su quattro dopo le presentazioni e la domanda di rito “di dove sei” alla risposta “italiana” salta fuori questo particolare. Abbandona i dati statistici e continua ad ascoltare il ragazzo che, senza bisogno di chiedere, in cinque minuti le ha raccontato più di quanto lei sappia del barista gentile che lavora nel bar dove prende il caffé di solito o del portiere che incontra ogni mattina andando a lavoro. L’argentino ha vissuto in Italia per un po’, la sua ex è di Bologna, è arrivato a Madrid ieri e sta cercando casa e lavoro, benvenuto e buona fortuna, un sorriso e il cammino di lei prosegue.
Il tempio egizio è sempre lì, ma oggi si ferma per poco, da sempre lo adora, come quei riflessi di luce del tardo pomeriggio che le schiariscono i pensieri e quel silenzio a tratti che hanno accompagnato tante sue transizioni, anche il tentativo di furto patito tempo fa si mescola al tutto, ma è già insabbiato, si salva dalla polvere la piacevole compagnia di quel giorno. Plaza de España rimane alla sua sinistra, non vede motivo alcuno per passarci, tanto Don Quijote e il suo amico con rispettivi cavalli li ha visti quanto basta.
I giardini di Sabatini, Palazzo Reale, Plaza de Oriente… troppa confusione oggi e pochi artisti di strada, tenta La Latina e scopre una serenità usuale in quelle strade vecchie e vissute. Tuttavia prosegue, dovrebbe fermarsi. Il tempo di un po’ d’acqua insipida per animarsi, un’acqua insipida che in questo bar chiamano “espresso italiano”, niente di più blasfemo. Prosegue verso Puerta del Sol, un’occhiata alla coloratissima vetrina con ogni varietà di caramelle e dolciumi vari, quanti colori in un paio di metri quadrati, l’arcobaleno. Nient’altro in calle Toledo, entra a plaza Mayor, ma dovrebbe condividerla con troppe persone distratte oggi, il saluto è breve, Puerta del Sol a un passo. E In un passo vede un barboncino anomalo: non solo è rasato in punti variabili del corpo, il bianco del pelo è stranamente diventato viola acceso. Le ipotesi sono due, non è un barboncino ma una spia aliena che sta guidando un robot che fa finta di essere il suo “padrone” e in questo caso non c’è nulla da fare, si sa che gli alieni sono esseri superiori e in caso di attacco potremmo solo invocare clemenza. La seconda ipotesi è che sia un cane maltrattato, in quel caso sarebbe il caso di denunciare il suo migliore amico alla più vicina associazione in difesa degli animali. Magari basta abbassare gli occhiali e lanciare un’occhiataccia all’umano, ma magari il cane è contento così. Alla fine non se ne fa niente, sono già scomparsi tra la folla, una buona azione mancata. Puerta del Sol è strapiena, forse è come sempre, forse è semplicemente la prima domenica in cui le vacanze sono finite per tutti.
Calle Huertas, direzione Lavapiés. È nella torre di Babele, non solo per la moltitudine di lingue, tutto è moltiplicato in un essenziale congiunto di odori e colori. Arriva in piazza, scoppia una rissa (che non causerà incidenti diplomatici) subito sedata da spettatori che sembrano abituati e per niente scossi. Guarda l’ora, dovrebbe rimettersi sulla strada di casa, ma tenta una strada sconosciuta. Intravede uno splendido scorcio e scatta una foto, dopo pochi metri una signora anziana, potrebbe essere araba, inizia ad insultarla in una lingua a lei sconosciuta, la guarda attonita, perché quelle imprecazioni contro di lei? Avrà creduto che volesse scattarle una foto? Non capisce, lei stava fotografando uno scorcio e la signora era distante, l’obiettivo inoltre puntato più al cielo che alla strada, l’amico di lei al sentire il racconto azzarda l’ipotesi che la signora l’abbia scambiata per una ragazza araba snaturata dall’occidente, le hanno attribuito varie nazionalità in poco tempo, potrebbe essere. Incrocia gli occhi quasi rossi della folle, a un metro di distanza gli insulti si fanno più insistenti. Lei accelera il passo, già si vede assalita dai dieci figli della signora infuriati per chissà cosa che le distruggono la fotocamera. Il passo è veloce, confonde i vicoli e di tanto in tanto si guarda indietro, la gente si è diradata, Puerta del Sol all’improvviso è lontanissima, ma la raggiunge. I battiti cominciano a diminuire, attraversa Gran Vía, la parte della città che più ricorda lo stereotipo della grande città e che sempre di più è solo un passaggio. In pieno centro nasconde una parallela che i più definiscono una trappola, il turista sprovveduto potrebbe incapparci senza problemi, calle Luna, una strada romantica dal nome (solo dal nome), è la toponomastica ad essere blasfema questa volta. Poi c’è la traversa, calle Montera, dove anche in pieno giorno ci sono i volti tristi delle prostitute. Attraversa Gran Vía, passa è pensa a quanto sia assurdo sedersi nei bar all’aperto che hanno i tavoli praticamente sulla strada, invece di cercare i tanti angoli di generosa bellezza che punteggiano la città, eppure c’è gente che sembra gustare quei piatti conditi dai gas del traffico, ma perchè cercare un motivo, le cose sono assurde perchè non ne hanno uno, oppure perchè quello che hanno è evidente come la luce accecante.
Ancora dieci minuti e il cerchio si chiude, sono le venti, sempre più o meno, sempre di domenica.