lunedì, 31 luglio 2006

Una panchina come tante, in legno, usurata dal tempo, con evidenti i segni di chi l'ha vissuta. Una serie di cartoni ed altri materiali sparsi sono, con un ordine meticoloso, disposti nello spazio tra la parte di seduta della panchina e il suolo. Oltre le scatole di cartone distinguo un secchio, in parte nascosto, degli assi di legno ordinatamente adagiati all'estremitá sinistra dello schienale. Distrattamente. I tanti lavori in corso mi fanno pensare che qualcuno abbia eletto la panchina a deposito temporaneo. Perchè io in quei cartoni divenuti scatole vedo (immaginando) del materiale. Sono distratta, va bene, ma è l'impressione. C'è solo una cosa che non torna. Quel dannato ordine che non appartiene ai depositi temporanei in strada. Ripenso alla meticolositá con cui è stato sfruttato ogni millimetro disponibile sotto quella panchina. Vado via. Il giorno dopo quella panchina è sempre lì, sempre uguale, e il successivo. E sempre quell'ordine a disturbarmi perchè mi confonde. Dove sono gli operai? Quale appartamento stanno restaurando? L'ennessimo giorno, di una serie in realtá breve ma di cui l'incertezza mi ha dato una percezione distorta, capisco. Insieme ai cartoni vedo, sulla panchina, uno zaino ormai logoro, un bicchiere ancora non privato dell'aqua, o di qualsiasi cosa sia, e due fazzoletti strappati, disposti a modi tovaglia. Sotto, invece, una scatola spostata in avanti, leggermente aperta, da cui si intravedono una forchetta, un calendario tascabile, l'antenna di una radio. Passo e incontro un uomo, sta tornando a casa con in mano il suo pranzo, un panino a cui mancano pochi morsi, un pezzo di torta alle mandorle, delle patatine. Torno a casa, nella stanza che lascio in disordine quando vado di fretta, nella confusione che riesco a creare in pochi minuti. Ripenso a quella panchina, all'ordine, al disordine, al panino quasi finito, alla mia stanza, alle certezze che possono sgretolarsi, a quello che ci lasciamo dietro quando camminiamo per strada senza fermarci mai, a quello che spesso non vogliamo vedere.

Paradossi.

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lunedì, 31 luglio 2006

Tutto mi porta a vivere e ricordare, persino a ricordare di dimenticare.

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sabato, 29 luglio 2006

Allucinazioni

Moltiplico il sole     *     prima che mi dica di doversene andare.     *     Un'altra volta.     *     Come Sempre.

E mi fermo a guardare un'orizzonte     *     che distinguo io sola.     *     Quanto è assurdo.

Non so quanto tempo prima,     *     e neanche mi interessa,     *     la realtà si era capovolta. soliorizzonte-artificialesottosopra

Un orizzonte artificiale * che fa eco a mille soli. * Sottosopra

Inversioni

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giovedì, 27 luglio 2006

Per tutto quello che è già accaduto

I volti sono quasi tutti assonnati. Le otto e mezza di mattina e ognuno corre per conto suo. Ognuno ha qualcosa da fare, un posto da raggiungere, un lavoro da completare ma tutto è ancora lontano. Si stenta ad entrare nel mondo. La gente non parla a quell'ora ed è piú sola che in altri momenti della giornata. Un nuovo giorno che inizia, qualche minuto per capire come muoversi, cosa fare, poi c'è quello che potrebbe accadere e che, dunque, non puoi nè prevedere nè dominare. All'improvviso potresti  incontrare, in un terzo Paese, una persona di nazionalitá diversa dalla tua,  di cui non avevi notizie da tempo, nè indirizzo, nè numeri di contatto, niente insomma, e fermarti a riflettere sui luoghi comuni del tipo "il mondo è piccolo", "a volte la vita è strana", eccetera eccetera. Di sicuro il calcolo delle possibilitá è quasi impossibile in questi casi. Perchè mai due persone dovrebbero ritrovarsi nell'arco di pochi secondi in metropolitana? Sempre all'improvviso, in uno di quei tanti giorni che hai pianificato, potrebbe chiudersi inavvertitamente la porta di casa, con dentro le chiavi, il cellulare, i soldi, tutto. Solo tu fuori, con una sensazione di nuditá addosso che lotta con l'incomprensione e la sorpresa di come sia potuto accadere. Un giorno tra tanti qualcuno potrebbe anche parlarti del Dolce Stil Novo in un luogo che non è un'aula e sempre in un Paese che non è il tuo. Ora, va benissimo considerare che potrebbero chiamarlo "il poeta" (e questo dovrebbe pur significare qualcosa), però potrebbe trattarsi di un uomo non italiano e questa sarebbe un'aggravante (o attenuante?). Tu potresti sorridere piacevolmente sorpresa e ritornare a circa dieci anni prima, a quando ti spiegarono questa visione della donna angelo e ripetere una citazione ad alta voce. Un nuovo giorno con qualcosa da fare, un posto da raggiungere, un lavoro da completare, qualche minuto per entrare nel mondo. Poi accadono delle cose, la metropolitana meno affollata del solito, due occhi che ti incrociano ogni mattina, un vento leggero.

E per tutto quello che deve ancora accadere

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giovedì, 20 luglio 2006

Instabilestemporaneità

Uno scroscio di emozioni improvviso, una serie di vibrazioni che in pochi secondi ti attraversano, tutte concentrate. Ti fermi un secondo lí a goderne, sorprendendoti perché pensi che non stai facendo nulla di speciale. Contemporaneamente ti passano davanti agli occhi delle immagini, piú o meno recenti.Ti vedi passeggiare disordinatamente, parlare con un uomo che consideri geniale di opinioni-intuizioni-previsioni professionali o pseudo tali, chiacchierare in un bar, fumare una sigaretta nell'angolo dei viziosi, temporaneamente e volontariamente incosciente al bordo di una piscina, totalmente persa nel tempo e ignara dell'ora perché assorbita da un lavoro che ti prende. Ti vedi, ancora, cenare a un tavolo di risate e belle persone, prendere l'ascensore al primo piano e trovarti di fronte il genio e il suo autista,  guardare chi ti legge negli occhi e scoppiare in una risata o scivolare in quei lunghi discorsi che non ti stancheranno mai. Probabilmente sei in compagnia di qualcuno con cui stai bene, in un altrove piacevole. Ti fermi e ti rendi conto, perché lo sai, che in meno di quello che credi perderai il contatto visivo con quell'altrove e con quelle persone. Temi. Ti riprometti di non far convertire lo scroscio di emozioni in stillicidio. Dovresti essere abituata. Ci sono delle cose che iniziano e finiscono ed hanno una vita breve. Vita natural durante solo nei ricordi. Ti riprometti anche di non pensare al fatto che certe illusioni vivono fino a quando non arriva il disincanto, ma devi mantere fede alla prima promessa, non vuoi lo stillicidio. Così vai un po' alla deriva e ti viene in mente qualcosa che hai giá scritto, ti pare che ci sia una connessione, viaggiando nei pensieri. Dovresti essere abituata all'instabilitá.La morsa dell'incompiuto, la consapevolezza che c'è (e ci sará sempre) qualcosa che non sai, che non hai dentro, non negli occhi, nei ricordi. La smania di volere quel qualcosa anche se ancora non sai cos'è (lo immagini soltanto) e bramarla altrove. La necessitá di aria nuova. Di tanto in tanto. Come una dipendenza, come un'instabilitá voluta perché le radici te le porti addosso, sotto la pelle. Il viaggiatore non si stanca mai realmente. Viaggiatore è esserlo dentro è viaggiare da fermo.

postato da: cupiditas alle ore 12:53 | Permalink | commenti
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