Volver al Olvido
Percezioni in successione. Lo sguardo un po' vago.
Cosa ci accade quando attraversiamo minuti persi in noi stessi?
La capacitá di estraniarsi, a volte indebitamente ritenuta distrazione, è in realtà un atto di padronanza e discernimento. Riuscire a estraniasi vuol dire saper dirigere la propria attenzione, capitalizzare energie. E l'oblio non è dimenticanza, l'oblio è lo scarto, il metro che ci indica cosa è davvero importante per noi. Imporsi di dimenticare è come assegnare a quella persona, a quell'episodio, a quel luogo un significato, una rilevanza che ci impedisce di dimenticarlo. Seppur in una rete fittissima di variabili, ricordo e oblio esprimono una relazione causale. Profondamente causale.
Non si puó non adorare la casualitá.
È dei sognatori.
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Creazioni
Uno spazio gia` tuo. Pare che ci sia il sole.
Due ore prima guardavi le nuvole, la pioggia, gli occhi bagnati come non ti aspettavi. Poi pian piano la morbidezza del cielo, l'azzurro, sussulti, una giostra. Crei uno spazio, tuo per sermpre, anche quando sei distante. Lo crei dentro te stesso, dentro le persone che hai la fortuna di abitare. Quelle persone che ti porti dentro, che vedi turbate nel volto quando ti salutano, che non mentono con gli occhi. La commistione tra il bene e il male. La consapevolezza di non poter realizzare due incompatibilità.
La distanza.
Altri spazi, altri incroci.
Un momento, per riflettere, e poi camminare comunque.
CAOS
i
l e
n r
a e
in proiezione.
PeR ChI NoN si AccorgE di NON EssercI MaI
Una lacrima. Sola e altera gli solcò il viso nel preciso istante in cui per la prima volta realizzò la paura. Sola, come tutte le cose uniche, assolute, si mostrò nella sua potenza. Infinita. Non sapeva ancora che quell’unica lacrima l’avrebbe segnato per sempre, non aveva ancora realizzato l’unicità che annulla tutto il resto perché non c’è niente che possa emularla. Tutto ciò che è unico contempla drammaticità e orrore. Una sola lacrima e gli occhi sbarrati che fissavano incessantemente quella porta chiusa.
Molte volte aveva abitato quella stanza, a volte per giorni interi senza uscirne e la porta era sempre stata lì, chiusa volontariamente, con le chiavi a portata di mano. L’aveva vissuta in tutte le sue dissimulazioni, cangiante, nei colori delle pareti che si accendevano in sole o si spegnevano in silenzi. L’aveva vissuta al limite della sua capacità di comprendere idee e nello spazio vuoto di secondi che scivolano via. Sempre con una porta. Sempre con la possibilità di evadere in qualsiasi momento. Quel giorno no. La lacrima che partorì non fu solo figlia di un’immagine, fu figlia della paura che l’attanagliò nel non vedere più la porta di sempre, nel vedere un simulacro, senza serratura, inamovibile. Fu allora che capì cosa significasse sentirsi in gabbia. Non aveva nessuna voglia di evadere, nessuna necessità, ma l’impossibilità di poterlo fare gli fece crescere dentro uno smisurato bisogno di essere altrove.
La gabbia era lo spazio dei suoi pensieri e quando aprì gli occhi nella penombra della stanza si accorse che non era più lì, già da tempo.