Vai in un posto, ti fermi, poi ritorni…
Vivi.
Eppure parte di quello che sei stato, che hai fatto, va perduto. Ti rimangono delle immagini, delle parole, degli spazi dentro che sono destinati a cambiare, a evolversi in qualche modo.
Sfocato e imperfetto oppure nitido e vivo. Il passato appartiene sempre, in una certa misura, anche al presente. È un po’ come se noi, assolutamente impotenti davanti al tempo, così terribilmente inarrestabile e sfuggente, potessimo sfidarlo e illuderci di vincere.
Forse, in fondo è un bene. Ricordiamo ciò che ha significato qualcosa.
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Ascolto Mozart. Con un certo trasporto, non capisco bene il perché. Ricordo all’improvviso di un periodo preciso della mia vita che aveva camminato intensamente e spesso su queste note e a come l’incanto, spezzandosi, mi avesse alienato poi da questo cammino e da queste note. Avevo rimosso, credevo, ma dopo qualche tentennamento tutto è riaffiorato. Senza difficoltà.
Altro ricordo.
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Il ricordo di un incedere bianco e azzurro che adesso, e solo adesso, mi porta ai paesaggi invernali dominati da una coltre di neve livellante. Il viso sfocato, eppure non è passato molto tempo. Mi chiedo perché non riesco a ricordare perfettamente i tratti del suo viso, le piccole curve delle sue labbra, gli occhi che contemplavano in una quasi assenza mistica ciò che vedevano. Forse ricordo quanto è necessario. Una foto, mai scattata, non avrebbe potuto essere più forte delle emozioni che mi porto dentro.









